Riflessioni con il Card. Ravasi

dal Breviario Laico del Cardinal Ravasi

GLI ANIMALI PREGANO?

Credo che l’orante sia un’espressione universale dell’umano. Forse non solo un’espressione umana, se è vero, come diceva Tertulliano, che anche gli animali pregano. Mi piace pensare che lo facciano anche loro, che lo facciano perfino le piante, che tutto quanto vive e muore sotto il cielo possieda la capacità di pregare. ROBERTO CARIFI

L’ultima riga del Salterio ha un’espressione ebraica che potrebbe essere tradotta anche così: «Tutto ciò che respira dia lode al Signore». Certo, il primato dell’uomo è indiscutibile in questa e in altre frasi bibliche: tuttavia, come accade nel Salmo 148, ove sono convocate 22 creature a cantare l’alleluia (tante quante sono le lettere dell’alfabeto ebraico), l’uomo è quasi il sacerdote di una liturgia che è cosmica. Ho ritrovato in modo originale questa idea in un bellissimo e intenso dialogo tra uno dei nostri migliori poeti, il pistoiese Roberto Carifi, e un giornalista, Giovanni Ruggeri (La rosa senza perché, 2004).

Carifi prende spunto da una suggestione di uno dei primi scrittori cristiani, l’avvocato africano Tertulliano (160-220 ca), che vedeva nello sguardo rapito degli animali in certi momenti della loro esistenza una sorta di riconoscimento orante nei confronti del loro Creatore. Se è vero, come scriveva il filosofo danese ottocentesco Søren Kierkegaard, che pregare è il respiro dell’anima, possiamo dire che a loro modo col loro respiro anche gli animali – che per la Bibbia ricevono uno spirito di vita da Dio – elevano una lode a Dio. È bello sentire attorno a noi questa tensione delle creature verso il Creatore. A essa l’uomo è invitato a non far mancare il suo anelito cosciente che guida verso Dio il respiro di ogni essere vivente.

SUICIDA

L’uomo è un prigioniero che non ha il diritto di aprire la porta della sua prigione e fuggire. PLATONE

Sono diversi i significati di questa frase del Fedone di Platone, il celebre filosofo greco. Noi ci soffermiamo sul senso più immediato, la condanna del suicidio: non per nulla Socrate in quel dialogo va incontro serenamente alla morte inflitta da altri, ma non la vuole accelerare con un gesto estremo che, invece, secoli dopo compirà Seneca, lo scrittore latino condannato a morte da Nerone. Certo è che dobbiamo avere sempre rispetto del dramma interiore di chi si toglie la vita. La Bibbia stessa è estremamente sobria quando racconta queste tragedie: la descrizione del suicidio del re Saul o di Giuda, il traditore di Gesù, è affidata solo a una frase secca ed essenziale («Saul prese la spada e vi si gettò sopra … Giuda si allontanò e andò a impiccarsi»).

Rimane, comunque, il monito di Platone e quello di tutte le religioni che considerano trascendente la vita e condannano chi con spregio ostentato (si pensi, ad esempio, alla «roulette russa») o per sfida (deliberato consilio, si diceva nel linguaggio morale latino tradizionale) si toglie la vita. Ma dobbiamo riconoscere che questa, per fortuna, è un’eccezione. Spesso si evade dalla vita per debolezza, per vuoto intimo, per estrema disperazione, per stravolgimento mentale. Il pensiero corre a Pier delle Vigne a cui Dante mette in bocca queste parole: «L’animo mio, per disdegnoso gusto, credendo col morir fuggir disdegno, ingiusto fece me contra me giusto» (Inferno XIII, 70-72). In quell’istante solo Dio può giudicare e forse lasciare alla sua creatura uno spiraglio di luce e di pentimento salvifico. Noi dobbiamo solo affidare a lui il suicida ed essere vicini alla immensa desolazione dei familiari.

L’ETERNO E L’EFFIMERO

Teresa d’Avila, quando preparava da mangiare alle sue consorelle, era intenta alla buona cottura di un piatto e nello stesso tempo concepiva splendidi pensieri su Dio. Esercitava quell’arte di vivere che è l’arte più grande: gioire dell’eterno prendendosi cura dell’effimero. CHRISTIAN BOBIN

Quante ambiguità interpretative si sono consumate intorno alle due figure femminili evangeliche di Marta e Maria, lette sbrigativamente come i rispettivi emblemi della vita attiva e di quella contemplativa, con la prevalenza elogiativa della seconda sulla prima. In realtà, il limite di Marta – come osserva Luca – è nel suo essere «tutta presa dai molti servizi», perdendo di vista «la sola cosa di cui c’è bisogno», per «preoccuparsi e agitarsi per troppe cose» (Luca 10,38-42). L’effimero, pur necessario (Gesù, dopo tutto, amava sedersi alla tavola preparata dai suoi ospiti), non deve scindersi radicalmente dall’eterno, isolandolo o peggio annientandolo.

È ciò che ci viene ricordato dalla nota sopra citata, desunta dal libretto Il distacco dal mondo dello scrittore francese Christian Bobin, da noi già altre volte citato, e centrata sulla santa di cui oggi il calendario fa memoria, la grande Teresa d’Avila, mistica e donna d’azione, contemplativa ma anche figura intellettuale di primo piano, dolce e provocatoria al tempo stesso. La sua capacità di tener unito in un nodo d’oro l’effimero e l’eterno, il relativo e l’assoluto, la cucina con la meditazione, sapendo che questi due poli sono distinti ma non separati, è una lezione preziosa per tutti. È per questa via che si costruisce una fede incarnata, che non veleggia dalla carità quotidiana verso vaghi cieli mitici ma neppure si dissolve in un attivismo storico esteriore. È questo l’equilibrio fondamentale dell’Incarnazione cristiana.

LIBERAMI!

  •  Signore, liberami dal desiderio di essere stimato, di essere amato, di essere innalzato, di essere apprezzato, di essere lodato, di essere scelto, di essere consultato, di essere approvato, di essere famoso … Signore, liberami dalla paura di essere disprezzato, di essere condannato, di essere dimenticato, di essere giudicato male, di essere deriso, di essere sospettato … CHARLES DE FOUCAULD

Avremmo bisogno di ripetere più spesso, con coraggio, queste «litanie dell’umiltà» composte da un testimone del vangelo fino al martirio, Charles de Foucauld, un aristocratico francese, nato a Strasburgo nel 1858, ritornato alla fede nel 1886, divenuto il fondatore dei Piccoli Fratelli e delle Piccole Sorelle di Gesù, morto assassinato nel Sahara algerino nel 1916 e beatificato da Benedetto XVI nel 2005. Queste «litanie», particolarmente care a Madre Teresa di Calcutta, non hanno bisogno di essere commentate perché sono in sé illuminanti.

Al massimo è possibile una comparazione sia con le scelte che la società contemporanea ci propone sia con le nostre personali opzioni quotidiane. È indubbio che il successo, anche effimero e banale come un passaggio in televisione (persino svergognandosi in pubblico), è la stella polare a cui si sacrifica ogni cosa. In tutti gli ambiti l’ansia di emergere, di essere esaltati, di prevalere attanaglia la vita di tante persone, così come la paura dell’insuccesso e dell’essere dimenticati conduce non di rado alla disperazione. È paradossale, ma spesso accade che la ricerca spasmodica di un gradino più alto faccia ruzzolare in modo clamoroso. Aveva ragione lo scrittore francese Julien Green quando annotava nel suo Diario: «Non potendo fare di noi degli umili, Dio fa di noi degli umiliati».

LA CHIAVE DEL GAS

La moglie del poeta è condannata a leggere o ascoltare i versi del poeta che fumano appena estratti dall’anima. E ancora: la moglie del poeta è condannata dal poeta, a quel tipo che mai sa dove si trova il rubinetto del gas e finge di domandare per sapere quando in realtà gli importa solo di domandare ciò che non ha risposta JUAN GELMAN

Forse perché ho scarsissime doti manuali, mi incuriosisce questa poesia tratta dalla raccolta Nel rovescio del mondo del poeta Juan Gelman, nato a Buenos Aires nel 1930, portavoce della resistenza al regime militare e, perciò, costretto all’esilio, dopo aver perso figlio e nuora, «desaparecidos», assassinati dalla polizia argentina negli anni Settanta. Chi vive accanto a un poeta deve imparare ad accudirlo nella quotidianità, ma in compenso ha la possibilità di ascoltare i suoi versi «fumanti, appena estratti dall’anima».

È ovvio che l’intelligenza pratica è una dote preziosa e degna di grande rispetto. La moglie del poeta con la sua capacità di regolare la chiave del gas offre al marito la possibilità di creare e costituisce quasi la sponda necessaria e concreta della sua ricerca spirituale. Tuttavia è bello che al mondo esista anche chi non pone tanto domande «penultime», realistiche, riguardanti la vita di ogni giorno, ma interrogativi «ultimi», che ti spingono a cercare, a oltrepassare la superficie della realtà. Friedrich Holderlin, grande poeta tedesco dell’Ottocento, aveva scritto una poesia che iniziava così: «Perché i poeti?». Sembrano non produttivi, eppure sono necessari perché ci indicano il senso della vita e delle cose, impedendo a coloro che sono immersi nell’agire di smarrire la bussola nel cammino dell’esistenza e la stella polare che guidi la coscienza.

PENSARE E DIRE

Gli uomini saggi sono sempre veritieri sia nella loro condotta, sia nei loro discorsi. Non dicono tutto quello che pensano, ma pensano tutto quello che dicono. GOTTHOLD E. LESSING

Lo scrittore tedesco settecentesco Gotthold E. Lessing nel suo Manuale di morale ci ha lasciato questo monito suggestivo e incisivo. Potremmo così variarlo: «Il sapiente pensa tutto quello che dice; lo stupido dice tutto quello che pensa». Parole sacrosante ieri e oggi: basta solo accendere la tivù o ascoltare certi dialoghi quotidiani per scoprire come domini la seconda parte della frase. Una valanga di stupidità, di chiacchiere, di pensieri vani e fatui eruttano da un’interiorità sempre più intisichita, prossima a identificarsi con la superficie, con l’esteriorità.

Ora vorrei però mettere l’accento su un altro aspetto, quello della sincerità. A prima vista questa è una virtù da lodare ed è naturale che così avvenga contro ogni falsità, ipocrisia, doppiezza e slealtà. Ed è un esercizio tutt’altro che facile, tant’è vero che in una delle sue Novelle per un anno (1922) Pirandello affermava: «Nulla è più complicato della sincerità». Tuttavia c’è una sincerità che si manifesta non solo come ingenuità o dabbenaggine e imperizia, ma anche come immaturità, imprudenza, stupidità vera e propria, svelamento della vacuità interiore. In questa luce vale la lezione di Lessing: essere «veritieri nella condotta e nei discorsi» vale solo quando si hanno una formazione e una ricchezza interiore, ossia quando si è saggi. Altrimenti è solo un espettorare banalità, insulsaggini, scemenze e volgarità. Il pensare e il dire sono, quindi, correlati, e senza un autentico e sostanzioso pensiero il silenzio è d’oro.

TOLLERANZA E RISPETTO

La tolleranza dovrebbe essere una fase transitoria. Deve portare al rispetto. Tolleranza è offendere. JOHANN W. GOETHE

Le Massime e riflessioni del grande poeta tedesco Goethe sono una fonte ricca e feconda di ispirazione per la riflessione. Vi attingo ancora una volta con questo detto che introduce una distinzione significativa. Da un lato, c’è la tolleranza, un atteggiamento molto caro alla cultura illuminista (famoso è l’elogio che di essa ha composto Voltaire). Certo, davanti al razzismo, alla xenofobia, alla reazione ostile nei confronti di tutto ciò che è diverso, ben venga la tolleranza, che è indulgenza e accettazione di qualsiasi opzione differente purché si collochi nel quadro di un comportamento umano, etico e sociale accettabile.

Tuttavia ha ragione il celebre autore del Faust quando esprime una riserva sulla tolleranza pura e semplice, invitando a passare a un’altra attitudine, quella del rispetto. Certo, deve esserci sempre un confine da osservare, definito dalle leggi dello Stato e da una morale di base generalmente condivisa. Entro questo perimetro è positivo passare dalla mera sopportazione allo sforzo di comprendere, al paziente dialogo con l’altro, alla longanimità nel giudicare, al rispetto appunto. Usi e costumi, visioni del mondo, esperienze culturali e religiose possono essere simili a uno spettro colorato: ognuno di noi deve tenere ben ferma la barra sulla concezione che ha scelto coscientemente, deve praticarla e testimoniarla con coerenza; ma al tempo stesso è necessario che conosca e rispetti le prospettive che non fanno saltare quell’arcobaleno, ma che sanno coesistere ed esprimersi accanto alle altre.

IL PEPE E IL COCOMERO

«L’amore non consiste nell’accarezzare una coscia» Persino i canonici si sarebbero svegliati se il vescovo avesse detto una cosa simile dal pulpito. Avrebbe allora detto: «Amore vuol dire amare gli altri più di noi stessi». Qui i canonici si sarebbero subito riaddormentati. BRUCE MARSHALL

È un peccato che non si leggano più i romanzi di Bruce Marshall, il noto scrittore cattolico scozzese morto ottantenne nel 1979 che abbiamo avuto occasione di ospitare altre volte nelle nostre riflessioni. Un amico comune, il francescano Nazareno Fabbretti, me l’aveva fatto conoscere indirettamente attraverso una serie di aneddoti esilaranti, di apologhi e vicende. Ma a me era noto anche attraverso i suoi romanzi come La sposa bella, da cui ho tratto l’odierna citazione un po’ birichina eppur inoppugnabile. Essa ci offre lo spunto anzitutto per sottolineare la necessità di un po’ di sapore e di spezia nel comunicare la verità. Un antico adagio rabbinico affermava che val più un grano di pepe che non un cesto di cocomeri. Un’educazione (e una predicazione) lagnosa e in farcita di buoni e santi luoghi comuni lascia del tutto indifferenti.

Oltre a questa osservazione ovvia di metodo, dalle parole di Marshall raccogliamo anche una nota di contenuto. L’amore è ben più della carnalità e la sua scoperta avviene sulla via del cuore, del sentimento e della donazione. Tuttavia non si deve essere gretti nel giudicare il comportamento di una persona, colpendolo soltanto per un atto di debolezza carnale. Sono due volti della stessa realtà: saper amare è ben più che «accarezzare una coscia», ma non si deve essere implacabili e rigidi custodi di una moralità misurata solo sui gesti esteriori. Non dobbiamo, comunque, ridurci a quell’uomo e a quella donna di mezza età che padre Gaston, un altro personaggio di Marshall, ha di fronte sul treno: «così indifferenti l’uno all’altra da far pensare che fossero sposati».

VETRO INFRANTO

Felicità e vetro: quanto facilmente possono essere spezzati!  MOTTO TEDESCO

È la volta di un motto tedesco, lapidario nella sua formulazione e nella sua evidenza. Quanto è stato detto e scritto sulla felicità! Il fatto stesso che in italiano (ma non solo) tale parola abbia tanti sinonimi è già emblematico della sua complessità e fragilità: gioia, beatitudine, soddisfazione, delizia, piacere, esultanza, letizia, godimento, benessere, tripudio, giubilo, allegria e così via. Eppure, se analizziamo questi e altri vocaboli ci accorgiamo che, oltre a indicare esperienze non del tutto identiche, si riferiscono a sensazioni e sentimenti che hanno sempre in agguato il loro contrario, come infelicità, scontentezza, amarezza, tristezza, insoddisfazione, malinconia, dolore, afflizione, mestizia e altro ancora.

Ecco, allora, la verità del proverbio tedesco che si affida all’immagine così pertinente del vetro: è trasparente, limpido, rispecchia, brilla, ma basta una disattenzione o un piccolo ciottolo per ridurlo in schegge. Bisogna, dunque, custodire la gioia con cautela e premura. Essa non è genuina quando è eccessiva, pagliaccesca, «caciarona» (come si dice a Roma). Lo scrittore francese ottocentesco René de Chateaubriand osservava che «la vera felicità è semplice e costa poco, ma è rarissima». Non la si può acquistare – al massimo si compra il piacere –, non la si ha ma vi si è, vivendo con noi stessi, con la nostra dimensione più profonda e spirituale. Proprio per questo è facile perderla, appena si esce in superficie e si diventa sbadati e grossolani, immaginando che essa sia fuori di noi e nelle cose.

IL SORRISO

    Dio ti dà il tuo volto. Sorridere tocca a te. MOTTO IRLANDESE

Mi è capitato tempo fa tra le mani un libro inglese dedicato ai proverbi popolari delle varie nazioni. Apro, così, in questa e in altre riflessioni una piccola parentesi di sapienza folclorica ricorrendo a detti, sempre brevi e incisivi (com’è nello stile dei proverbi), di paesi europei. Inizio oggi con questo bel motto di origine irlandese. Esso ruota attorno a due realtà espressive. La prima il volto, del quale effettivamente non siamo responsabili, con buona pace dello scrittore francese Albert Camus (1913-60) che nella Caduta annotava: «Dopo una certa età ognuno è responsabile della sua faccia». Tuttavia, se è vero che quest’unica faccia che abbiamo a disposizione e forse la sua non entusiasmante bellezza non dipendono da noi, è però altrettanto vero che non ha neppure torto Camus.

Ed è ciò che il proverbio irlandese afferma nella seconda parte: noi possiamo, con un nostro atto, trasfigurare il viso. È ciò che riesce a fare il sorriso. È stato detto che – al di là dell’artificiosa definizione della iena come «ridens» – ridere è un’azione tipicamente umana e ha in sé una forza dirompente perché riesce a dar luce a un profilo sgraziato. Ecco, allora, la necessità di non ridursi a persone sempre cupe, che sembrano inseguite per le strade da un avvoltoio. È possibile ritrovare, anche nell’amarezza, un filo di speranza, una scintilla di luce e farla sbocciare in un sorriso. Ricordo una battuta dello scrittore inglese settecentesco Laurence Sterne tradotta in italiano da Ugo Foscolo: «Un sorriso può aggiungere un filo alla trama brevissima della vita». Sì, un sorriso allunga la vita, nostra e degli altri.

LO SPUNTINO NOTTURNO

Una notte Francesco udì una voce: «Muoio». Era un frate che gemeva. Francesco gli domandò cosa avesse: «Muoio di fame». «Presto, tutti in piedi. Si prepari subito un pasto per tutti. Non bisogna che un frate muoia di fame, ma neppure che si senta imbarazzato a mangiare solo.» Uno spuntino notturno austero, non c’è dubbio. Pane raffermo, rape trovate nei campi, forse delle uova … Che altro? Acqua del torrente. Allegria come dessert …JULIEN GREEN

Era la notte fra il 3 e il 4 ottobre 1226, un sabato, e dopo aver benedetto i suoi fratelli san Francesco spirava alla Porziuncola di Assisi. Ricordiamo anche noi questo santo caro all’intera umanità attraverso un «fioretto» desunto dalla biografia San Francesco, giullare di Dio (1984), scritta da uno dei maggiori autori francesi del Novecento, Julien Green (1900-98). La finezza della vera santità è tutta in quell’attenzione a non umiliare il frate affamato.

Gli ipocriti l’avrebbero, sì, sfamato, ma standosene intorno, in piedi, quasi a compassionare quell’avidità, mentre essi potevano ostentare il rigore intatto della loro disciplina interiore. Francesco, invece, fa assidere tutti a quella povera mensa perché l’amore e il rispetto dell’altro devono prevalere su qualsiasi osservanza o pratica ascetica. Sappiamo bene che anche questo era il comportamento di Cristo, «mangione e beone» agli occhi dei suoi giudici altezzosi e puritani, pronto com’era a stare allo stesso livello dei peccatori e degli ultimi, consapevole che non è l’uomo che dev’essere schiavo della norma ma la norma che dev’essere d’aiuto all’uomo per una vita più autentica e serena. La debolezza dev’essere sostenuta e sanata, non denunciata e umiliata.

IL MATRIMONIO

«È vero che il matrimonio» domanda il figlio al padre «modifica la personalità?» Risponde il padre: «Certo, figliolo. Prima di sposarci, io parlavo e tua madre mi ascoltava affascinata. Qualche tempo dopo le nozze, era lei che parlava e io ascoltavo. Adesso parliamo tutti e due insieme e sono i nostri vicini che ascoltano». STORIELLA EBRAICA

Trovo questo apologo di origine ebraica su un vecchio numero di una rivista americana. La sua lezione è così folgorante da non esigere commenti, e purtroppo la sua verità è sotto gli occhi di tutti. Dobbiamo anche dire che, sia pure con gli opportuni adattamenti, tale comportamento si riproduce pari pari in molte altre relazioni, come quelle dell’amicizia o della fraternità, iniziate con la dolcezza e finite con lo scontro. Ciò che noi vorremmo mettere in luce è la coppia verbale che regge il racconto: «parlare e ascoltare».

Il dialogo è, infatti, un’arte difficile da esercitare perché richiede l’equilibrio tra la parola e l’ascolto. Di solito si tende a prevaricare sull’altro con la parola, ma talora è anche il silenzio a essere causa di rottura di un dialogo. C’è, infatti, un silenzio inerte, privo di ascolto, negativo, vero e proprio rifiuto di rispondere, espressione persino di odio gelido. Per dialogare veramente non bisogna né essere incantati dall’altro né essere incantati da se stessi, perché in entrambi i casi non si avrebbe scambio di esperienze personali e comunicazione di valori diversi. Questo vale anzitutto nel matrimonio, se non si vuole che si riduca a mera coesistenza in cui le solitudini si ricreano e il silenzio irrompe, anche quando esteriormente si parla, anzi si grida tutti e due insieme e i vicini ascoltano.

FA’ COSÌ! NON FARE COSÌ!

Fra i monti della Mecca Dio ha creato luoghi dove gli arbusti sembrano ardere e dove forni di caldo paiono gettare vampe. A Benares, invece, ha fatto sgorgare il Gange, gonfio d’acque. Al Signore chi può dire: «Fa’ così! Non fare cosi!»? A Kabul persone corrotte mangiano frutti succosi, consumano portate deliziose e indossano soffici vesti. Nella regione indiana del Deccan, invece, abili operai muoiono di fame. Al Signore nessuno può dire: «Fa’ così! Non fare così». HAFEZ BARKHUDAR

Mi sono imbattuto in una raccolta antologica inglese di poesie mistiche di Hafez Barkhudar, un autore musulmano vissuto in India e morto nel 1707. Egli sa intrecciare a paesaggi e a simboli orientali una costante meditazione sul mistero di Dio, in particolare sulla sua trascendenza, tanto cara alla teologia dell’Islam, È il caso dei versi che ho sopra tradotto e che mettono l’uomo – un po’ come accade anche al Giobbe biblico – di fronte agli enigmi del mondo. Perché ci sono regioni aride e calcinate dal sole e terre fertili e irrigue?

Ma, soprattutto, perché alcuni ricconi, dopo aver depredato e sfruttato, se la godono e un operaio che ha faticato una vita trascina l’anima coi denti? Sono domande che spesso affiorano anche sulle nostre labbra e non trovano risposte facili. Saremmo anche noi tentati di dire a Dio: «Fa’ così! Non fare così!». È vero: di mezzo c’è la libertà umana che Dio rispetta e tollera, una libertà che crea tante ingiustizie. Ma c’è anche il mistero di Dio «i cui pensieri non sono i nostri pensieri» (Isaia 55,8). È questo il rischio della fede, nella consapevolezza però che Dio è un padre che non darà mai al figlio una serpe invece di un pesce (Matteo 7,10).

MORATORIA DALL’IDIOZIA

«O Signore, concedici una moratoria di una settimana dalle idiozie che ardono dappertutto e fa’ che una neve immacolata raffreddi queste menti surriscaldate e diluisca le tossine che avvelenano i nostri giudizi. Facci riprendere fiato, Dio misericordioso!». Tutte le persone sensibili e sagge dovrebbero – nell’attuale situazione – elevare questa preghiera a Dio nel cuore della notte. SAUL BELLOW

È morto nel Massachusetts a 90 anni nel 2005: Saul Bellow, figlio di ebrei russi emigrati in America, Nobel per la letteratura nel 1976, nei suoi romanzi ha affrontato anche temi di interiorità ma non ha mai svelato particolari interessi religiosi. Mi incuriosisce, perciò, questa sua preghiera che trovo citata in un saggio destinato a illustrare la sua opera letteraria. Preghiera un po’ speciale, ma del tutto necessaria, al punto che è arduo non condividerne il contenuto. Sfogli i giornali, accendi il televisore, ascolti i discorsi nei vagoni di un treno o di una metropolitana e, senza voler fare gli schizzinosi o gli esseri «superiori», si rimane abbagliati da così vasta stupidità.

Sono belle le due immagini contrastanti delle menti surriscaldate da tanto eccesso di banalità, chiacchiere, vacuità, e del lenzuolo di neve fresca e candida da stendervi sopra per raffreddare una simile produzione frenetica di idiozie. Ecco, quel velo è il simbolo del silenzio e della riflessione: ne abbiamo tutti bisogno per diluire la febbre che pervade cervello e anima, per vaccinare lo spirito dalle tossine della superficialità e dell’insensatezza, dell’insulsaggine e della volgarità. L’ho citato altre volte, ma mi piace troppo per non ripeterlo, il famoso detto giudaico: «Lo stupido dice quel che sa, il sapiente sa quel che dice!».

CONOSCERE SÉ E GLI ALTRI

La conoscenza del prossimo ha questo di speciale: passa necessariamente attraverso la conoscenza di se stessi. / Conoscere bene un uomo vuol dire conoscere bene se stessi. ITALO CALVINO / WILLIAM SHAKESPEARE

Allineo due testimonianze di autori diversi, frutto di letture disparate ma curiosamente convergenti. Entrambe, infatti, intrecciano in una sorta di reciprocità una duplice conoscenza, quella di se stessi e degli altri: senza la prima non si ha la seconda e viceversa. Partiamo dalla prima frase che cito dal libro Palomar (1983) dello scrittore Italo Calvino, morto a Siena nel 1985. Egli in pratica rinverdisce il celebre motto greco gnóthi sautón, «conosci te stesso», inciso sul tempio di Apollo a Delfi. Ora, la conoscenza di se stessi è il percorso necessario da compiere se si vuole essere capaci poi di conoscere le persone che ci circondano. La superficialità nel giudicare e nel valutare gli altri nasce dal fatto che siamo per primi incapaci di soppesare la nostra realtà interiore, nei suoi pregi e nei suoi limiti.

Ma – quasi per una sorta di proprietà transitiva – è anche vero il contrario: è ciò che ci ricorda la seconda osservazione, presente nell’Amleto del grande Shakespeare. È solo con un esercizio di attenzione, di ascolto e di dialogo con gli altri che ti attrezzi a scavare nella tua interiorità. Ahimè, bisogna dire che ai nostri giorni entrambe le pratiche del conoscere sé e gli altri sono di scarso interesse, dato che ci si accontenta della superficie e dell’apparire. Anche perché – come diceva la battuta di una striscia di B.C. di Johnny Hart – «forse è meglio lasciar stare: a conoscere se stessi si potrebbe avere una brutta sorpresa!».

L’IDEA FISSA

Io credo che in molti come in me vi siano dei periodi di tempo in cui certe idee occupino e ingombrino il cervello chiudendolo a tutte le altre. Ma se anche alla collettività succede la stessa cosa! Vive di Darwin dopo essere vissuta di Robespierre e di Napoleone … ITALO SVEVO

Uno dei filmetti degli anni Sessanta s’intitolava L’idea fissa e non è difficile immaginare quale essa fosse: il sesso è in molti una vera e propria fissazione che acquista forme di devianza non solo morale ma anche psicologica. In realtà il poeta francese Paul Valéry, che al tema ha dedicato un saggio, giustamente affermava che un’idea non può essere fissa perché lo spirito è vivo, creativo, mobile e non può ridursi a una palude stagnante. Sta di fatto, però, che ha ragione anche il nostro Italo Svevo nel suo famoso romanzo La coscienza di Zeno (1923), dal quale abbiamo estratto il paragrafo sopra citato. A molti accade, infatti, quello che Zeno Cosini, il protagonista, confessava di sé e della società: ci sono idee che talora bloccano il cervello di una persona o di un’intera massa, impedendo che altre vi si insedino.

Si pensi solo a certe mode che ai nostri giorni sono esaltate dalla potenza comunicativa della televisione: chi a esse si sottrae, cercando di pensare di testa propria, viene subito sbeffeggiato come un retrogrado. È impressionante vedere come spesso esse vengano sostituite da altre che sono, però, sempre idee fisse e comandate. C’è, poi, anche la mania personale: quante volte dobbiamo evitare un discorso con una persona perché sappiamo che, se tocchiamo un certo argomento, essa diventa una furia perché non ammette deroghe o critiche alla sua tesi. E questo accade anche a noi, inconsapevoli di avere noi pure le nostre fissazioni. Il filosofo danese Kierkegaard ammoniva: «Le idee fisse sono come i crampi ai piedi: il rimedio migliore è camminarci sopra».

GRATITUDINE E ODIO

I benefici sono graditi finché possono essere ricambiati. Quando sono troppo grandi, invece di gratitudine, generano odio. TACITO

«Tacitiana» è l’aggettivo che si usa di fronte a una prosa scarna, essenziale ma incisiva. È ciò che posso dire anche di questa considerazione scoperta sfogliando un’antica edizione degli Annali, opera grandiosa ma giunta a noi lacunosa, del famoso storico latino vissuto nel I secolo d.C. La sua è una lezione di amaro realismo: i piccoli atti di generosità sono graditi anche perché non impegnano più di tanto e permettono, prima o poi, una sorta di saldo col contraccambio. Diverso è il caso di un favore importante, anzi decisivo per il successo di una persona: è, infatti, facile che lentamente lo si senta come un peso e una specie di monito costante. La gratitudine si trasforma così, insensibilmente, in odio, in recriminazioni, in negazione.

Andando al di là di questa triste verità, legata all’orgoglio e all’egoismo delle persone, vorremmo comunque ritornare sul tema generale della riconoscenza, fiore raro ad attecchire (e si capisce perché). Tante volte è quasi un peso riconoscere di essere debitori di qualcosa a un altro perché la nostra superbia non ammette una sia pur blanda dipendenza. Altre volte è la superficialità che non esita a chiedere ma ignora il ringraziare. Una delle Massime di La Rochefoucauld, autore francese spesso da noi evocato, dichiarava poi che «nella maggioranza degli uomini la gratitudine è solo un desiderio velato di ricevere maggiori benefici». Ricordiamo, comunque sia, il monito di Paolo ai Colossesi: «E siate riconoscenti!» (3,15).

LA DEBOLEZZA

Fra tutte le debolezze, la più grave è l’eccessiva paura di apparire deboli. / La debolezza ha sempre rappresentato una tentazione a usare la forza. JACQUES-BÉNIGNE BOSSUET / HENRY KISSINGER

Sono distanti tra loro più di tre secoli, eppure si ritrovano nel fare una considerazione analoga due personaggi di natura diversa ma entrambi connessi alla politica. Trovo queste due frasi in un saggio sull’arte del governo nella storia dell’Occidente europeo. La prima è del vescovo francese Jacques-Bénigne Bossuet (1627-1704), nella sua opera dal titolo curioso Politica desunta dalle Sacre Scritture. Abbiamo già avuto l’occasione di evocarla: ora la mettiamo a tema come registrazione di una tentazione tutt’altro che rara. Molti, infatti, credono di essere troppo deboli, incapaci di far valere le proprie ragioni, tolleranti nei confronti degli altri. È, questa, una debolezza che in realtà nasconde orgoglio, frustrazione e una punta di prevaricazione.

Viene, così, allo scopo la seconda frase, che è invece di un uomo politico americano ancor oggi vivente e che fu segretario di Stato negli USA, Henry Kissinger, il quale fa questa osservazione nell’ opera autobiografica Gli anni della Casa Bianca. Chi è debole e ha il terrore che si scopra questa sua realtà diventa aggressivo e, per nascondere la paura, ingaggia per primo lo scontro con esiti spesso catastrofici per tutti. Aveva ragione – ed è così il terzo politico che citiamo, il cardinale di Retz (1613-79) – quando annotava nelle sue Memorie che «gli effetti della debolezza sono inimmaginabili, ancor più perniciosi di quelli delle passioni violente». C’è, dunque, una debolezza dalla quale dobbiamo guardarci e premunirei: essa non è sinonimo di mitezza e semplicità, ma è come brace che cova sotto la cenere, pronta a esplodere in recriminazione e ribellione cieca, in orgoglio ed egoismo.

TENTACOLI ORRENDI

Come dalla faccia pallida e azzurra del mare spuntano qua e là teste deformi di pescicani e tentacoli orrendi di polpi, così per le vie della città dalla lieta pace della vita ordinaria erompono a quando a quando improvvisi la violenza, la barbarie, il delitto, la morte, a rammentarci che sotto all’ordine e all’armonia apparente della civiltà infuria la lotta eterna delle passioni e delle inimicizie.  EDMONDO DE AMICIS

È un’emozione difficile da descrivere, ma quando mi trovo di notte in una grande metropoli italiana o straniera e dalla finestra dell’albergo sento il respiro pesante della città, striato talora da suoni di sirene lontane o da rumori più forti, vengo preso come da un senso di vertigine: la sensazione di avere accanto un piccolo mondo di drammi, di miserie, di segreti, di sofferenze nascoste eppur reali. È ciò che evoca nel brano sopra citato uno scrittore dominante nell’adolescenza di molte persone delle generazioni precedenti, quell’Edmondo De Amicis che qui ci parla da una sua opera meno nota rispetto al celebre Cuore, ossia La carrozza di tutti (1899).

Certo, si può essere indifferenti o distratti, ma accanto a noi si consumano ogni giorno tragedie: anziani soli che muoiono e il cui cadavere è scoperto settimane dopo dai vicini solo a causa del fetore; genitori drogati che fanno penare nella fame e nella sporcizia i loro piccoli; violenze familiari di ogni genere e miserie morali insospettabili … L’elenco potrebbe continuare e disegnare i «tentacoli orrendi» del male che attanagliano le nostre città e i nostri paesi. Certo, non possiamo sanare ogni dolore o disperazione. Ma troppo spesso la porta blindata che tutela la nostra sicurezza ci rende coriacei e insensibili a tutte le altre sofferenze, anche a quella che esplode nell’appartamento vicino.

L’AUTUNNO DELLA VITA

Sono candide le mie tempie, il capo è calvo. La dolce giovinezza ormai è svanita e devastati sono i denti. Della vita gioiosa ormai mi resta solo il ricordo del suo tempo breve. Spesso mi lamento per la paura degli inferi. Tremendo è l’abisso dell’Ade e inesorabile la sua discesa.  ANACREONTE

Ognuno di noi ha una stagione che ama. lo prediligo l’autunno, coi suoi colori tenui e iridescenti, delicati e pacati come il clima che lo avvolge. Indimenticabili erano per me le ottobrate romane, quando da giovane studiavo teologia in quella città. Devo, però, riconoscere che spesso all’autunno è comparata una stagione della vita che ai nostri tempi è molto meno amata e rispettata che in passato, quella della vecchiaia. Ed è proprio un anziano a testimoniare con realismo che la terza età è un crepuscolo destinato a condurci all’inverno che è morte.

Infatti, i versi che ho sopra citato appartengono alle Odi del poeta greco Anacreonte (VI-V sec. a.C.), ironico e determinato nel non nascondere l’aspetto fragile e misero della senilità. Anche nella Bibbia, un altro anziano, il Qohèlet ci offre nel c. 12 del suo libro un ritratto icastico della persona vecchia, tratteggiandola sotto l’immagine di un castello fatiscente e desolato. Eppure, come per l’autunno, ci sono segni di fascino e di bellezza anche in questa fase dell’esistenza, e soprattutto c’è una lezione di vita da offrire. È ridicolo tentare di vestirei come la primavera, ossia imitando i giovani, oppure ritenendo di essere in piena estate, come se fossimo gli adulti maturi ed efficienti di ieri. Bisogna, invece, essere se stessi, capaci di riflessione e di quiete, pronti ad accogliere e a vivere questa stagione tenue e delicata.

CAMMINARE CON LUI

Colui che è chiamato a credere deve uscire dalla propria situazione e mettersi a seguire Cristo. Finché Matteo resta alla dogana o Pietro attende alle reti, essi possono esercitare onestamente la propria professione. Ma se vogliono imparare a credere in Dio, devono seguire il Figlio di Dio, camminando con Lui. DIETRICH BONHOEFFER

Al protagonista è bastato un solo versetto essenziale per narrare la storia di quell’incontro che avrebbe cambiato la sua vita: «Gesù vide un uomo chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte. Gli disse: Seguimi! Ed egli si alzò e lo seguì» (Matteo 9,9). Nella mia mente quella scena ha i contorni pensati da Caravaggio nella sua straordinaria tela di San Luigi dei Francesi a Roma: Cristo, illuminato dalla luce radente di una finestra laterale, punta l’indice (citazione dell’indice michelangiolesco della Creazione di Adamo nella Sistina) su uno stupito Matteo, seduto con i colleghi al banco della dogana di Cafarnao, che con una mano al petto sembra chiedere: «Proprio io?».

Ebbene, oggi, festa di San Matteo, abbiamo voluto penetrare nel senso di quell’istante di duemila anni fa attraverso le parole del teologo (martire sotto Hitler, nel 1945) Dietrich Bonhoeffer, presenti nella sua opera Sequela. Il monito vale per tutti: per credere e per vivere un cristianesimo autentico bisogna distaccarsi da qualcosa. Anzi, da molto; ci sono parole severe ed esigenti di Gesù al riguardo. Chi pensa di salvare capra e cavoli, di tenere il piede in due staffe, di esercitare la comoda arte del compromesso, di star fermo nel proprio guscio protetto non ha conosciuto cosa significhi la vera scelta cristiana e umana. C’è un «camminare con Lui» per strade pietrose e verso mete ardue; e imboccare questo percorso è tutt’altro che facile e scontato. Il distacco dalla comodità quotidiana è netto e lacerante.

IL MERITO E LA QUALITÀ

Il mondo ricompensa più spesso le apparenze del merito che non il merito stesso … Il male che facciamo non ci attira tante persecuzioni e tanto odio quanto ce ne procurano le nostre buone qualità.  FRANÇOIS LA ROCHEFOUCAULD

È stato già altre volte ospite delle nostre riflessioni. Ora lo riproponiamo con una delle sue Massime. Si tratta di quel grande scrittore moralista francese del Seicento che fu La Rochefoucauld. Ecco due sue osservazioni molto amare ma, purtroppo, anche molto veritiere. Entrambe toccano la perversione dei giudizi che la società pratica assai allegramente. Da un lato, c’è appunto il giudizio sul merito delle persone: non bisogna essere particolarmente pessimisti per riconoscere che è l’apparenza a essere premiata e non certo il valore genuino. Tutto questo poi è favorito dal contesto in cui viviamo: mai come oggi è l’apparire a spuntarla sempre, è la capacità di imbonimento e di ornamento ad avere la meglio.

D’altro lato, quasi come in un corollario, un altro fenomeno sconcertante è davanti agli occhi di chi scruta in profondità la società: spesso si è pronti a comprendere e a perdonare i vizi di una persona (essi ci fanno, infatti, sentire superiori) ma non si riesce a tollerare la statura morale, il rigore, l’intelligenza di un altro. Siamo inclini a dipingere quell’onestà come ipocrisia, come inganno, come vantaggio personale, e forse inzuppiamo il pane nèlla tazza dell’ironia, della critica, della mormorazione. Verità amara, quella di La Rochefoucauld, che ci costringe a un esame di coscienza severo, anche perché – per citare un’ altra sua frase – «le nostre virtù spesso sono solo vizi mascherati».

MEZZO FOGLIO

Tutto ciò che l’individuo pensa può essere scritto su un mezzo foglio di carta. Il resto non è nient’altro che applicazioni, divagazioni o girovagazioni all’intorno. THOMAS E. HULME

È accaduto a tutti durante una conferenza o in una cerimonia ufficiale di fissare con intensità lo spessore dei fogli che l’oratore sta leggendo, al fine di indovinare quanto tempo ci verrà ancora sottratto. La noia da conferenza o da lezione è un classico, ripreso in una serie infinita di battute, aforismi, parabole e riflessioni. Lo scrittore americano Mark Twain, noto per il suo sarcasmo e per le sue battute taglienti, durante un intervento attaccò un ascoltatore: «Caro signore, che Lei ogni tre minuti guardi l’orologio è accettabile; ma che lo porti anche all’orecchio per sentire se funziona o è fermo, mi sembra francamente eccessivo!».

C’è, però, una verità che vale per tutti, anche nelle comunicazioni più semplici e quotidiane. Ce la ricorda nella citazione che sopra ho proposto Thomas E. Hulme (1883-1917), critico e poeta inglese. E non a torto. Il più delle volte basterebbe proprio mezzo foglio di carta per dire in modo chiaro ed essenziale un messaggio, un pensiero, un contenuto. Ecco i due aggettivi decisivi, spesso schiacciati dalla valanga delle parole e delle oscurità: «chiaro ed essenziale». Sfrondare i testi dalle divagazioni o dall’enfasi vuol dire andare al cuore dei problemi, al succo della notizia o della verità che si vuole comunicare. Questo vale anche per il parlato: la nebbia della chiacchiera è una sorta di mare in cui ci si bagna con piacere ma dal quale si esce più sporchi di prima. La sobrietà non è solo una virtù della gola nei confronti dei cibi, lo è anche delle labbra riguardo alle parole.

SPENNARE L’OCA

L’arte della tassazione consiste nello spennare l’oca in modo da ottenere il maggior numero possibile di piume col minor numero possibile di strilli. JEAN-BAPTISTE COLBERT

Sprezzante e arrogante per temperamento, così illustrava la politica fiscale Jean-Baptiste Colbert (1619-83), a capo dell’amministrazione statale col Re Sole, Luigi XlV. È ovvio che l’imposizione delle tasse sia un’operazione irritante sia per i politici sia per i cittadini, anche se per ragioni diverse. Vorremmo, però, con senso civico, fare due considerazioni. Bisogna essere severi contro i furbi – gli italiani in questo senso sono purtroppo maestri -, cultori dell’evasione e dell’elusione fiscale. È necessario ricordare che si tratta di un atto immorale oltre che asociale. Non dimentichiamo che Cristo non solo paga la tassa al tempio (Matteo 17,24-27), ma formula anche quel famoso principio del «dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Matteo 22,21). E tra i suoi discepoli sceglie pure un funzionario delle imposte, Levi-Matteo.

Inoltre bisognerebbe leggere e meditare il paragrafo della Lettera ai Romani (13,1-7) in cui Paolo insiste sulla questione fiscale come dovere morale del cristiano. Eppure si trattava dell’erario imperiale di Nerone. «Per questo dovete pagare i tributi: coloro che si dedicano a questo ufficio sono funzionari di Dio. Rendete, dunque, a ciascuno il dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse, le tasse». Detto questo con fermezza, si devono però subito condannare quei gestori della cosa pubblica che sprecano risorse, se le accaparrano, le gestiscono in modo inetto, si lasciano corrompere, creando un altro malcostume italiano (anche se non esclusivo). È, dunque, necessario il ritorno a un’etica politica e sociale, oltre che alla consapevolezza del cristiano che l’evasione fiscale è un peccato e non un’astuzia.

SU MARTE O SULLA LUNA

I voli spaziali sono soltanto una fuga da se stessi, perché è più facile andare su Marte o sulla Luna che penetrare nel proprio io. CARL GUSTAV JUNG

È morto nel 1961, otto anni prima che l’uomo volasse sulla Luna, ma quando i voli spaziali erano già in atto: Cari Gustav Jung, celebre psicoanalista, allievo di Freud, ma autonomo rispetto al suo maestro, fa una considerazione fin scontata eppure mai a sufficienza praticata. L’uomo d’oggi ha l’ansia di varcare ogni confine con la sua azione e la sua conoscenza: è, questo, l’eterno desiderio della creatura umana, dotata dell’impulso indomabile e glorioso di sapere, comprendere, conquistare. Ma c’è una deriva in agguato, la tentazione dell’esteriorità: la ricerca più facile è, infatti, quella che si sviluppa nel mondo che ci circonda. Là si scoprono realtà mirabili, si vivono avventure esaltanti, si possono godere esperienze di piacere e di emozione.

Lentamente ci si immerge nelle cose fino a esserne assorbiti e si dimentica che c’è in noi stessi un «microcosmo», come già affermava Democrito di Abdera, filosofo greco del V-VI secolo a.c. Si conoscono, così, infinite cose esterne a noi e si ignora ciò che è dentro di noi. Anzi, ci si preoccupa di evitare ogni sguardo interiore, anche perché si teme di scoprirvi vuoto e miseria. Non per nulla Goethe nel Faust riprendeva così la definizione di Democrito di Abdera, uno dei cosiddetti «sette sapienti» dell’antichità: «L’uomo è un microcosmo di pazzia». Ritorniamo ancora una volta sull’appello a fermarsi, a creare una sorta di oasi di silenzio attorno a sé, anche per pochi minuti, e a tentare di guardare dentro quel «microcosmo» prima di ritornare al «cosmo» che ci sta attorno e che ci cattura continuamente.

ABITO DA SERA

La buona coscienza è spesso un abito da sera indossato prima di aver fatto il bagno. CARL ROGERS

Carl Rogers (1902-87) è uno psicologo statunitense noto per aver elaborato quel tipo di psicoterapia, molto diffuso negli Stati Uniti, che va sotto il nome di counseling e comporta un rapporto più dialogico e meno «direttivo» tra paziente e psicologo. Quest’ultimo deve favorire la libera emotività del «cliente» sostenendolo ma non influenzandolo o guidandolo in modo troppo dominante. È da uno dei suoi scritti dedicati allo sviluppo della personalità che estraggo questa battuta suggestiva, destinata a rinfocolare l’attenzione su un tema poco frequentato ai nostri giorni, quello della coscienza. La tradizione era convinta che essa fosse una presenza divina nella creatura umana: lo ammonisce nel momento delle scelte morali.

Non si dovrebbe mai cessare dall’evocare la necessità di risvegliare questo fremito interiore, che prima esorta e poi accusa. La sua è un’azione forte: non per nulla si parla di «rimorso», vocabolo che sottende l’idea di una lacerazione che sommuove la quiete opaca e inerte dell’anima. Tuttavia ci può essere anche una «buona coscienza» adattata, di stampo ipocrita. È ciò che denuncia Rogers ricorrendo all’immagine dell’abito da sera del perbenismo, indossato sopra la propria intimità spirituale tutt’altro che immacolata. Questo tipo di coscienza è quello che ben rappresentava lo scrittore francese ottocentesco Honoré de Balzac in uno dei suoi romanzi, Le illusioni perdute: «La coscienza è uno di quei bastoni che ciascuno brandisce per picchiare il suo vicino e del quale non si serve mai per se stesso». Attenzione, dunque, all’alibi dell’artificiosa «buona coscienza» o della parallela «buona fede».

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori

SIMULAZIONE E VOLUBILITÀ

Siamo creature talmente volubili, che i sentimenti che simuliamo finiamo per provarli davvero. BENJAMIN CONSTANT

È vero: se uno comincia a fissarsi su un’emozione, su un’impressione, su una sensazione, su un presentimento, alla fine si ritrova totalmente avvolto dalle reti di quella percezione forse solo fittizia. Ma c’è di più: quando uno imbocca la strada della simulazione, può scoprire di essere del tutto coinvolto in quell’esperienza fino a renderla da fasulla autentica, oppure può accadergli di svelare involontariamente l’inganno. A fare questa considerazione è lo scrittore francese (ma nato a Losanna nel 1767) Benjamin Constant nella sua opera maggiore Adolphe, la storia di una travagliata e ingannevole storia d’amore tra l’arido e scettico Adolphe e l’appassionata e sincera Ellénore. Il protagonista è appunto un maestro nell’arte della simulazione, ma alla fine rimane compromesso e implicato nella trama di falsità che ha elaborato.

Ecco, vorrei porre l’accento su due temi proposti da Constant nella frase che ho citato da quel romanzo. Il primo è quello della simulazione: è paradossale, ma ci sono persone che per tutta la vita recitano una parte in cui non credono, e che tuttavia alla fine è quasi connaturata con loro. Un tempo, nei vari romanzi popolari, era emblematico il caso del prete senza vocazione o del matrimonio senza amore. Fingere qualche volta può essere anche necessario, ma vivere sempre e solo affettando sentimenti non autentici può essere un incubo. Il secondo tema è quello della volubilità, falsamente assegnata come appannaggio alle donne. In realtà è un difetto equamente spartito anche tra i maschi come canta Despina nel Così fan tutte di Mozart: «Le fronde mobili, l’aure incostanti han più degli uomini stabilità. Mentite lacrime, fallaci sguardi, voci ingannevoli, vezzi bugiardi son le primarie lor qualità».

 

Un giorno Teofilo, vescovo di Alessandria, andò in un monastero del deserto. I monaci lo festeggiarono e tutti avevano qualcosa da dirgli. Soltanto abbà Pambone taceva. Allora i confratelli gli dissero: «Su, di’ qualcosa anche tu al nostro pastore, così che la sua anima ne goda!». Pambone replicò: «Se il mio silenzio non gli dice niente, neppure le parole potrebbero giovargli».

Ci sono in italiano due proverbi antitetici. L’uno afferma che «chi tace acconsente» e l’altro controbatte che «chi tace non dice niente». Entrambi contengono un’anima di verità, perché il silenzio è per sua natura ambiguo: spesso è solo taciturnità indifferente o priva di pensieri, ignavia mentale e sociale. Tuttavia sappiamo anche che esistono silenzi che colpiscono più di una parola urlata. È ciò che si vuoi sottolineare in questo che è uno dei tanti apologhi dei cosiddetti Padri del deserto egiziano.

Per cogliere il messaggio dell’uomo autenticamente silenzioso, per intuirne il rimprovero, bisogna essere capaci a propria volta di silenzio. Quel vescovo si lasciava cullare dalle acclamazioni dei monaci, dai loro convenevoli, dalle frasi di cortesia e forse di adulazione. Abbà (cioè «padre» e maestro) Pambone non si accoda al coro e subito – volenti o nolenti – quel silenzio risulta più forte del chiacchiericcio. C’è, dunque, da imparare anche il vero tacere, tutt’altro che facile quando ci si vuole far notare dagli altri, soprattutto dal potente di turno. Il Salmista fa questo proposito: «Veglierò sulla mia condotta per non peccare con la mia lingua; porrò un freno alla mia bocca!» (39,2). Esercizio importante ma arduo, perché «gli uomini diceva il filosofo Spinoza – non governano nulla con maggior difficoltà che la lingua».

Testi tratti da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori